Il vuoto dentro

“Forse per ricevere dentro di sé un’immagine semplice e forte si deve essere stati scavati dal dolore.
Qualcosa ha torturato la vita di chi sceglie la via dell’anoressia e della bulimia. ”
Dice Massimo Recalcati nel suo libro “L’ultima cena”, e questo ci fa pensare….
Questi disagi ci raccontano di un vuoto profondo che si ha paura ad affrontare, entrambe le vie o scelte cercano il controllo del tutto, mentre si perde completamente se stessi.
Certo e’ che dare un’unica definizione e’ impossibile e paradossale, ogni individuo, vive la sua “malattia” in maniera totalmente personale, ma c’e’ un nesso profondo in questi due “personaggi”, che incarnano il peso, l’immagine, l’identificazione nel non voler portare il fardello della propria anima.
L’anoressia toglie, rifiuta, si alleggerisce, la bulimia divora per poi liberarsi dei suoi demoni, un continuo conflitto tra tentare di riempire per poi disfarsi, e che cosa entrambi i “casi” rifiutano?
La propria anima, i propri bisogni, il proprio essere, cercando una falsa identità, si nascondono dietro una falsa immagine, illudendosi di trovare sollievo.
Ma il sollievo non avviene mai, e’ un lungo tormento, un profondo dolore che come dice l’ autore Recalcati, scava e tortura.
Consiglio vivamente una lettura dedita a fornire una reale e profonda impronta di questo “calvario”, alle persone vicine alle vittime dei disagi alimentari, per un supporto ed una comprensione più attenta, per sé e per le vittime stesse che hanno più bisogno di amore che di medicine e congetture.

Sento spesso parlare di dinamiche della malattia,
é certo che abbiamo bisogno di far insorgere quesiti, definizioni, meccanismi, ripetizioni, per comprenderne un possibile processo per poi scoprirne le cause profonde e sopratutto le risposte che ci possano portare alla guarigione.
Ma….io dico invece che la malattia e’ la guarigione (come diceva Freud per il delirio come tentativo di guarigione e ristrutturazione del mondo altrimenti senza senso ed angosciante). Il processo stesso va compreso in questa chiave di lettura e intelligente e sano sarebbe condurre ed aiutare la vittima del disagio alimentandola a comprendere questa consapevolezza, ed insieme costruirne un processo di evoluzione, conoscitivo ed esperenziale, vivendo la malattia, non più come malattia ma come guarigione.
Siamo abituati ad identificare una malattia come tale, da qui trarne il giovamento, la salvezza, quando invece bisogna affrontare la malattia come percorso e come esperienza per guarire, non dalla stessa ma da se stessi.
E’ il nostro essere a richiedercelo, e’ un espressione dell’anima a condurci al risveglio di sé dal sonno della vita che stiamo conducendo, e’ la malattia come quella in questione, un forte segnale che qualcosa in noi va modificato .
La vittima non può esserne consapevole subito, ma nel tempo con la giusta guida, con le giuste pratiche per affrontare il processo di malattia e non a combatterla, ma ad accoglierla, a capirne l’insegnamento, l’evoluzione della stessa, i cambiamenti in questo affrontare e vivere.
Non sto assolutamente dicendo che la medicina va sostituita, ma anzi, il percorso va affrontato insieme, con una nuova apertura mentale, con aspetti diversi, con ulteriori prospettive.
Posso dire, in qualità di esperta in materia, per essere stata una di quelle molteplici vittime, o meglio adesso a fine articolo userei il termine privilegiate, che la malattia va amata profondamente e di esserne grati, di esser stati protagonisti di un tale percorso. È, infatti, la mia malattia, la mia esperienza, durata 22 anni, che mi ha permesso oggi di godere della presenza totale del mio essere in questa esistenza, che mi ha consentito di risvegliarmi dal torpore di questa cultura, società, dai meccanismi e dalle illusioni, dalle aspettative e dalla mancanza, dalle false verità. Tutto ciò mi ha indotto finalmente a fare pace con la mia anima ed accoglierla, imparando ad ascoltarla ogni giorno e a comprenderne oggi gli insegnamenti che attraverso quell’esperienza ho ricevuto e accolto.
Non dico che sia facile, ma anzi, e’ proprio la difficoltà e il tempo che conduce all’insegnamento e ad imparare la pazienza, l’essere semplicemente presenti.
Con amore

Monica Picciafuoco
Essere Felici

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